Lettera a Vanity Fair
Caro Direttore,
leggo Vanity Fair numero 43 pagina 220 “Grasso è bello: Modelle supersize”. Ho 32 anni, da 15 anni soffro di BED (binge eating disorder), porto una taglia 48 faticosamente sudata negli ultimi mesi, dopo anni di oscillazioni dalla taglia 40 alla taglia 54, e sa una cosa, direttore? Io portavo la taglia 40 e guardandomi allo specchio mi vedevo enorme. Quelle cosce che mai sarebbero state abbastanza sottili, quelle cosce che provavo il desiderio di “affettarmi via”. Letteralmente.
Ho lottato per guarire, ho lottato per non morire nell’anima, lotto per vivere una vita finalmente libera. Non incolpo la moda, la tv, le riviste della mia malattia. Ma credo fermamente che se il modello offertoci fosse diverso, meno stereotipato, più vicino alle donne, forse parte di quel dolore che io e tante altre viviamo potrebbe esserci risparmiato.
Direttore, di anoressia, bulimia, e BED si muore. SI MUORE. Io credo che questo non sia chiaro a tante persone tra cui il signor K. Lagerfeld che ha avuto da dire “solo alle mamme grasse non piacciono le modelle magre”. Direttore, il mio vuole essere un appello, non voglio fare polemica o lanciare accuse: ho superato finalmente la rabbia per non essere come quelle modelle (troppo) magre. Ho superato la rabbia per il mio corpo “diverso”, la rabbia per la mia “mancanza di autocontrollo” nella dieta. Perché è tanto semplice, no? Basta stare a dieta… NO, non basta. Non basta. Per anni ho torturato il mio corpo, naturalmente morbido, perché si adeguasse al modello imposto. E sì, il mio disagio era ben più profondo di quello rappresentato dalla taglia sbagliata dei miei vestiti, ma io sapevo misurarlo solo con il numero di kg che compariva ogni mattina sulla bilancia. E ogni sera. E a volte ogni pomeriggio… Più volte ogni pomeriggio. Direttore, si parla tanto dei blog “pro-ana” e “pro-mia”, si parla di quanto siano deleteri… Io vorrei che tutti ne leggessero qualcuno di questi blog. Perché oltre alle banalità pericolose e i deliri emulativi che vi si trovano, il vero dramma è l’oceano immenso di dolore che vi si scopre. Quelle ragazze, quelle donne, sono le nostre figlie, le nostre sorelle, madri, amiche, compagne. Tutte uguali nella malattia, quasi tutte insospettabili. Sono accanto a noi ogni giorno, rese ombre di loro stesse da una malattia che ti porta via tutto. Grasso non è bello. Io non combatto perché il modello cambi e da una xxs la taglia più ambita diventi una xxl. Questo è qualunquismo, banalità che periodicamente media e politici ci propinano per dimostrare profonda (falsa) sensibilità al problema. Io combatto perché si capisca che offrire come modello vincente “non si è mai troppo magri” costa ogni anno migliaia di vite. Combatto perché sulle riviste come la sua e altre compaiano modelle taglie 40 o 42. Non perchè si mandi in passerella ogni tanto una (fuoriluogo lì) taglia 48 “così tutti sono contenti”… Non è questo il cambiamento che auspico. Io chiedo taglie normali. BMI (indice di massa corporea) superiori a 17 (sottopeso grave). Combatto perché uno stilista potente non si permetta mai più di fare affermazioni così superficiali che eppure creano ferite profondissime sulla pelle di chi vive la malattia ogni giorno. Combatto perché la direttrice di una delle riviste di moda più potenti al mondo non “metta a dieta” le donne di successo che pubblica in copertina. Combatto perché si ammetta finalmente e coraggiosamente che fare abiti per gli appendiabiti è più facile che fare abiti per le donne. E che è questo l’unico motivo per cui la maggioranza delle modelle alle ultime sfilate milanesi portava in viso tutti i segni della malattia.
Vivo di speranze utopiche? Forse, direttore, forse. Ma io credo davvero che questa battaglia si possa vincere. Io credo davvero che certi modelli si possano cambiare.
Non mi stancherò mai di ripeterlo: di anoressia, bulimia, BED si muore. SI MUORE.
Sa, direttore, io di quello stilista non comprerò più nulla. E visto il mio budget e la mia rilevanza sociale lui non se ne accorgerà neppure. Non comprerò più una rivista in cui l’unico ideale di bellezza proposto è il sottopeso grave (e non mi riferisco alla sua). Ma la mia goccia un giorno contribuirà a riempire il mare. Si cambia partendo dalle piccole cose, e ognuno, ognuno di noi, può e deve fare la sua parte. In qualunque ambito della vita civile. E tutto, ogni più piccolo gesto, contribuisce a cambiare il mondo. Non nascondiamoci più dietro frasi del tipo “tanto fanno così tutti, tanto non cambia nulla, tanto sono queste le leggi di mercato, tanto la gente vuole questo”. Cominciamo a cambiare noi.
Recentemente mi sono stupita di alcune foto pubblicate su Vanity: la modella mi sembrava strana. Si vedevano le cosce, ed erano “strane”. Poi ho capito: si vedevano i muscoli delle cosce, perché i quadricipiti di quella modella non se li era “mangiati” l’anoressia.
Ecco direttore, io mi aspetto che accada questo: che si capisca che la malattia, che sia extrasmall o extralarge, non è bellezza, non è un modello di successo. È solo malattia. Spesso mortale.
Federica